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Nicolò Rasmo, Toponimi e buonsenso
In "Cultura Atesina/Kultur des Etschlandes", 8 (1954), pp. 1-2 
 
La collaborazione fra gli studiosi per mezzo della reciproca informazione sui singoli raggiungimenti scientifici può portare a risultati che ricerche isolate permetterebbero raramente di conseguire. Ma solo l'accordo su basi comuni rende possibile il naturale dialogo fra gli studiosi su di un determinato argomento.
Nel campo degli studi storici e scientifici della nostra regione è intervenuto da qualche decennio su queste basi, necessarie per una comprensione comune, e rese del resto già difficili per la necessaria conoscenza di due diverse lingue e culture, un ulteriore elemento disturbatore, il cui influsso si fa sempre più sentire creando malintesi e rendendo difficile agli italiani la partecipazione alle ricerche scientifiche ed ai tedeschi la comprensione degli studi fatti dagli italiani. Intendo accennare alla toponomastica altoatesina la cui situazione attuale può considerarsi letteralmente caotica. Infatti sotto il velo pseudo-scientifico di un ritorno dei nomi alla loro forma originaria si gabellò, da parte di elementi che non appartengono al campo della cultura, ma piuttosto a quello di un deteriore politicismo, un'arbitraria traduzione e spesso una fantastica invenzione di nuovi nomi con cui si volle sostituire qualsiasi denominazione precedente, sia che riguardasse una città o un paese o un castello o una singola casa o un campo. Le conseguenze, astraendo dal penoso senso di ridicolo gravante non soltanto su chi progettò tali nomi, ma anche, e ben di più, su chi li accolse, li impose e li divulgò, non mancarono di dimostrarsi controproducenti appunto nel campo della toponomastica stessa; perché nella massa delle denominazioni latine o italiane inventate, quelle, ed erano molte, autentiche e, come testimonianze storiche e culturali, veramente importanti, ormai spesso si perdono e rimangono così prive di efficacia e di valore per la media delle persone che in esse si imbattono. Infatti è più logico che queste stesse persone dalla constatazione di prevalenti palesi falsi arrivino ad una conclusione generalizzante del tutto negativa e certo ingiusta.
Che taluno in un momento di euforia si potesse un giorno illudere di imporre dei nuovi nomi allo stesso modo come vennero imposti d'autorità nei secoli passati in certi Stati agli ebrei, è fenomeno naturale ed inevitabile, per quanto da deprecarsi. Ma che tale utopia potesse essere condivisa da tutti era ed è assolutamente inverosimile perché, a meno che non si fosse realizzato un completo trapianto di popolazione, cosa questa che non riteniamo né augurabile, né possibile, tale integrale sostituzione di denominazioni non avrebbe mai potuto compiutamente attecchire.
I nomi di località non devono mai essere artificiosamente cambiati; eventualmente essi col tempo si modificano o si adattano, in modo naturale, alle mutate condizioni linguistiche del paese. Ma anche quando si intendesse affrettare tale opera con semplificazioni ortografiche o con ritorni a più vecchie denominazioni per rendere facilmente pronunciabili i nomi delle principali località anche ad un italiano ignaro della lingua tedesca, non era affatto naturale che tali misure, che dovevano essere prese semmai solo in singoli casi isolati, venissero generalizzate ed introdotte anche dove ciò non era affatto necessario.
Ignoriamo infatti per esempio perché al paese di Blumau, nome certamente non più ostico di Iglesias o Terzolas o Gennargentu o Comeglians o Sauris, ma caratteristico ed inconfondibile, si sia voluto mettere il nome banale di Prato Tires (e prima: Prato Isarco); lo stesso valga per Gossensass, ora Colle Isarco, per Prad, ora Prato Stelvio, per Picolein ora Piccolino e per molti altri.
Ma dove l'arbitrio ha raggiunto le vette del grottesco è nella denominazione dei castelli e delle singole case. Ne vediamo un caratteristico esempio in Castel Flavon a Bolzano, ormai ben noto con questo nome perché meta delle passeggiate domenicali dei bolzanini. Il castello, costruito al principio del Duecento dai signori di Haslach nella località tuttora chiamata Haslach (in italiano: Aslago), si chiamò Has(e)lburg cioè, se vogliamo usare il nome italiano coniato per la località, castello di Aslago. I battezzatori però studiando i passaggi secolari di proprietà trovarono che il castello intorno al 1250 era stato per pochi anni di proprietà dei conti di Flavon (che non vi avevano mai tenuto residenza e che poco dopo l'avevano restituito ai signori, appunto, di Haselburg); bastò questo accenno per dare al castello il nome di Flavon che è in realtà un grosso paese del Trentino nel quale esisteva del resto una volta un famoso castello di questo nome. Al castello di Reineck nel Sarentino si impose il nome di Castel Regino (sic!), ma accortisi troppo tardi quanto tale nome fosse ridicolo, i battezzatori tentarono invano di imporre, all'insaputa e, come mi consta, contro la volontà degli interessati, il nome degli attuali proprietari, conti Vergerio. Ancora più grave è la situazione quanto si tratta di altri castelli per i quali la denominazione italiana rimase assolutamente soltanto sulla carta (Castel del Gatto = Katzenstein, Casanova della Contessa = Neuhaus, Castel Lodron = Freudenstein, Castel Bastia = Zwingenstein, Castel Maggio = Mayenburg, ecc.). Potremmo aggiungere infiniti simili esempi, ma crediamo che quanto abbiamo detto sia sufficiente per far capire quanto sia opportuno che si ponga, anche ufficialmente, un limite a questo arbitrio e si proceda ad una revisione che, lontana dallo spirito puerile della precedente, sia fatta con serenità, con moderazione e soprattutto con buonsenso. E se tale buonsenso governasse una futura edizione delle carte e delle guide turistiche del T.C.I., altrimenti ottime, per non parlare delle carte militari 1:25000, crediamo che tale prezioso materiale acquisterebbe un'importanza ed un'utilità pratica che ora non può avere.
Per parte nostra ci siamo attenuti finora e ci atterremo in seguito al principio di usare il nome italiano per le località, aggiungendo però quello tedesco quando esse siano piccole o comunque poco note; ma di conservare, salvo rarissime eccezioni, ai castelli, alle residenze nobiliari, alle case singole, il nome originario praticato da secoli e sancito dall'uso nell'ambiente circostante. In tale modo soltanto riteniamo che si possa rendere possibile la necessaria comprensione fra noi e gli studiosi di lingua tedesca.
 

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