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"E' ancora possibile la poesia?" con Marco Guzzi e Nina Sadeghi

Sala di rappresentanza del Comune, vicolo Gumer 7

Incontro

05.03.2014

Inizio ore 18.00 - "Quale bellezza salverà il futuro?" Ciclo di incontri per dare un senso al futuro

Centro per la pace (Apri l'immagine jpg, 6 Kilobyte, 155 per 147 pixel)
 

Quinto incontro del ciclo "Quale bellezza salverà il mondo?" organizzato dal Centro per la pace del Comune di Bolzano.

Una profonda riflessione sulla poesia nel tempo della scienza, dei mass media e della tecnocrazia. Ospite il poeta, filosofo e conduttore radiofonico Marco Guzzi, animatore dei circoli "Darsi pace" e Nina Sadeghi, poetessa iraniana che ci parlerà dello spirito poetico che anima la grande cultura persiana.
Molte le domande a cui si cercherà di dare un senso.

La poesia si è spenta? Ha smesso di dire? Ha fatto deflagrare l'orizzonte del pensiero creativo? La parola storta, il verso soffocato, la rima stralciata, hanno ancora un senso per l'uomo di oggi ingabbiato nel pensiero unico, domato dalla tv, soggiogato dai cellulari e dai messaggi cifrati?

Al di là del banale verso commerciale nascosto nei cioccolatini o allegato ai gudgets di san Valentino, la poesia è ancora possibile?

Uno dei poeti più importanti dell'Italia del Novecento, Eugenio (Eusebio) Montale aveva accolto il premio Nobel per la letteratura nel 1975 cercando di rispondere a questa domanda: "E' ancora possibile la poesia?". Lui che non amava i "poeti laureati", che si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati, lui che amava "i fossi dove in pozzanghere mezzze seccate agguantano i ragazzi qualchesparuta anguilla", lui che avrà sceso al meno un milione di scale dando il braccio alla mosca (Xenia) era riuscito a dare a Stoccolma un'esile risposta: "In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile". E ancora: "La poesia è l'arte tecnicamente alla portata di tutti: basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto. Solo in un secondo momento sorgono i problemi della stampa e della diffusione. L'incendio della Biblioteca di Alessandria ha distrutto tre quarti della letteratura greca. Oggi nemmeno un incendio universale potrebbe far sparire la torrenziale produzione poetica dei nostri giorni".

E dunque non muore la poesia. Nonostante il baratro di Auschwitz, nonostante il fuoco dell'apocalisse di Hiroshima, nonostante lo sfracello delle narrazioni che presumevano di dirsi universali. La poesia ermetica degli Ossi o le avanguardie che si sono succedute nel Novecento italiano sono sopravvissute, hanno edificato in versi, hanno fatto il conto delle parole non gettate per caso, ma lavorate come il falegname lavora il legno con lo scalpello. Perché i poeti non sono quasi mai celesti. Sono fatti di terra, hanno i blue jeans inzuppati di fango, spesso parlano, come Forugh Farrokhzad "dall'estremità della notte": "Se verrai a casa mia, mio caro / portami un lume / e una piccola finestra /". O come i versi di Pablo Neruda, straripante d'amore.

Eppure chi li ascolta più i poeti terrestri?

"Camminando, / dormendo o / scrivendo, / che posso farci, / sono felice. / Sono più / sterminato / dell'erba / nelle praterie, / sento la pelle / come un albero / raggrinzito, / e l'acqua sotto, / gli uccelli in cima, / il mare come / un anello intorno / alla mia vita, / fatta di / pane e pietra / la terra / l'aria canta come / una chitarra" (Pablo Neruda).

Locandina - "E' ancora possibile la poesia?" (Apri l'immagine , 375 Kilobyte, 1181 per 1691 pixel)

5 marzo 2014

 
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